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Eccoci qui con il 4° post della rubrica #noncipiaceesseremolestate. 

In quest’articolo, però, useremo un altro hashtag che si rifà alla campagna social diffusasi all’indomani del video difensivo di Grillo nei confronti del figlio: #ilgiornodopo. E’ da questo hashtag che vogliamo partire per ricostruire i retropensieri di chi purtroppo è stata molestata e stuprata…

Cosa faccio, vado a denunciare quello che mi è successo? ... No, forse domani…vado a casa ora, ho bisogno di lavarmi e togliermi di dosso l’odore e la vergogna. Si mi vergogno, forse è stata colpa mia non dovevo vestirmi così, forse non dovevo accettare quel drink, forse…forse è meglio dirlo a qualcuno, e se poi non vengo creduta? Magari il getto dell’acqua della doccia mi farà stare meglio. Non riesco a pensare, a respirare, credo che mi manchi l’aria, non ho neanche la forza di piangere, mi tornano in mente solo le parole brutali di quel momento, la sua forza contro il mio corpo. Non sono riuscita ad urlare a dire nulla di nulla, il dolore fisico è niente rispetto al dolore che sento dentro di me. Domani, si magari domani parlerò con qualcuno e andrò a denunciare o forse un altro giorno. Ma poi dovrò ripetere chissà quante volte quel che mi è accaduto, poliziotti, avvocati, giudici e sarà sempre un ritornare con la mente ad oggi, no, no, voglio solo dimenticare. Dovrò solo sforzarmi di essere normale e non se ne accorgerà nessuno e potrò scordare…per ora ho bisogno di lavarmi e togliermi di dosso l’odore e la vergogna”.

Ho provato solo ad immaginare cosa può pensare o come si può sentire chi subisce una violenza, un abuso sessuale, uno stupro, chi viene devastato e violato nella parte più intima della persona. Sicuramente non è semplice da parte delle vittime interiorizzare ciò che è successo, decidere di affrontare la realtà e le conseguenze di un iter, che sappiamo non essere per nulla semplice.

E non è semplice fare i conti con una forma crescente di “rape culture”, una cultura dello stupro, che tende a far passare la vittima per carnefice; che si alimenta di un linguaggio maschilista e misogino e di quella forma di patriarcato che è ancora parte integrante della società che vuole il possesso sulla donna; che si nutre di comportamenti che tendono a colpevolizzare la vittima che subisce la violenza, di classificazioni di chi si discosta dagli stereotipi tradizionali e della mercificazione del corpo della donna. La rape culture è quindi un meccanismo perverso attraverso il quale si cerca di normalizzare e giustificare una violenza, oggi si serve in modo sistematico dei media e dei social, dando vita alla cosiddetta vittimizzazione secondaria che crea degli alibi, delle giustificazioni a chi compie una violenza.

Un esempio è sicuramente l’infelice requisitoria di Grillo a favore del proprio figlio accusato di aver stuprato, insieme a degli amici, una coetanea. Con un video durato 20 minuti dove urla istericamente, ha cercato di minimizzare e di far passare come una bravata una violenza, “una cosa da ragazzi” dice lui, e ha colpevolizzato la ragazza alludendo che, se non fosse stata consenziente avrebbe dovuto denunciare subito e non dopo 8 giorni.

Beh, al comico bisognerebbe dire innanzitutto che la forma comunicativa da urlatore non incanta nessuno e denota, se non altro, la sua pochezza di argomentazioni. Inoltre dovrebbe spiegarci qual è, sempre secondo lui, il giusto tempo per denunciare uno stupro.

Forse per Grillo e per gente come lui è difficile capire che ci sono persone che il coraggio di denunciare non lo trovano neanche durante l’arco di una vita intera, una vita vissuta sempre con quella deflagrazione di rabbia e umiliazione che si portano dentro.

All’indomani del video di Grillo sui social è stato divulgato l’hashtag: #ilgiornodopo. Grazie a questa semplice iniziativa molte persone che hanno subìto molestie, stupri e abusi sessuali, stanno raccontando della loro esperienza e delle difficoltà introspettive che hanno vissuto e che hanno portato alla scelta di denunciare in ritardo e spesso a non farlo per nulla.

Non dimentichiamo che il nostro ordinamento giuridico per tantissimo tempo ha riverberato la violenza di genere, dallo Jus corrigendi, ossia il potere correttivo ed educativo riservato al padre di famiglia nei confronti della moglie e dei figli, al delitto d’onore, al matrimonio riparatore. Solo dopo il 1996 i delitti sessuali, che erano inquadrati nel codice penale come delitti contro la moralità e il buon costume, verranno trattati come delitti contro la persona. Finalmente un cambio di rotta, ci si sgancia pian piano dai retaggi patriarcali e la sessualità diviene un diritto della persona. Nel 2019 entra in vigore il cosiddetto codice rosso con tante altre novità tra cui l’allungamento dei termini per poter sporgere querela in caso di stupro, che passano da 6 a 12 mesi. Tassello dopo tassello si sta cercando di costruire e dar vita ad una rete che possa essere d’aiuto a chi subisce delle violenze, ma nonostante gli sforzi fatti finora in ambito sociale e giuridico, non è semplice da parte delle vittime trovare il coraggio di denunciare. È comprensibile perché a volte nell’immediatezza la soluzione migliore sembra quella di continuare a vivere normalmente la propria vita, come se nulla fosse accaduto, ma non è giusto soprattutto per se stessi e non è giusto che chi si rende colpevole di un tale crimine possa farla franca.

E a proposito dell’iniziativa social #ilgiornodopo, voglio riportare un passo del monologo di Franca Rame sullo stupro subìto, sperando che faccia pensare e riflettere chi giudica senza provare a capire cosa si può provare in una simile situazione.

“Tengo con la mano destra la giacca chiusa sui seni scoperti. È quasi scuro. Dove sono? Al parco. Mi sento male… nel senso che mi sento svenire… non solo per il dolore fisico in tutto il corpo, ma per lo schifo… per l’umiliazione… per le mille sputate che ho ricevuto nel cervello… per lo sperma che mi sento uscire. Appoggio la testa a un albero… mi fanno male anche i capelli… me li tiravano per tenermi ferma la testa. Mi passo la mano sulla faccia… è sporca di sangue. Alzo il collo della giacca.
Cammino… cammino non so per quanto tempo. Senza accorgermi, mi trovo davanti alla Questura.
Appoggiata al muro del palazzo di fronte, la sto a guardare per un bel pezzo. Penso a quello che dovrei affrontare se entrassi ora… Sento le loro domande. Vedo le loro facce… i loro mezzi sorrisi… Penso e ci ripenso… Poi mi decido…
Torno a casa… Torno a casa… Li denuncerò domani“. (Franca Rame).

#ilgiornodopo.

 

Autore: A/F

 

 

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